Milano-Cortina: cronache dal Volontario/2. Big Air sotto le stelle: una finale sospesa tra gelo, acrobazie, cuore e … Shin, Gi, Tai

11/02/2026

Il campo gara del Big Air splende nel buio totale della sera, illuminato a giorno dai riflettori che tagliano l’aria gelida. Le dodici finaliste, emerse da una selezione durissima che ha visto sfidarsi 29 atlete provenienti da quattro continenti – con la sola Africa non rappresentata – si giocano le medaglie in una gara che non concede respiro: a decretare le vincitrici sarà la somma dei due migliori punteggi sulle tre “run” a disposizione.
Il pubblico è parte viva dello spettacolo. Dalle tribune si alzano cori, bandiere che sventolano, campanacci che risuonano e fischietti che squarciano il silenzio della montagna. A differenza della serata delle eliminazioni, il parterre è gremito: fotografi, cineoperatori e giornalisti si accalcano a bordo pista per catturare ogni istante. Persino le mascotte dei Giochi, Milo e Tina, si aggirano tra l’area del pubblico e quella degli accreditati, strappando sorrisi e grida di giubilo.

La temperatura scende ben oltre i dieci gradi sotto lo zero, ma nessuno sembra farci caso. L’adrenalina scalda più di qualsiasi giacca tecnica. In pista sfrecciano atlete giovanissime, poco più che maggiorenni: un concentrato di talento e incoscienza positiva. A fare da “decana” del gruppo c’è Anna Gasser, splendida veterana di 34 anni che, con la sua esperienza, alza l’età media e incarna la continuità tra generazioni. Le più giovani, ancora minorenni – Lily Dhawornvej e Jessica Perlmutter (USA, 16 anni), Sky Remans (Belgio, 15) e Ally Hickman (Australia, 16) – non sono riuscite a centrare la finale, ma il loro talento promette rivincite future.

La gara inizia e la vivo con un privilegio raro: a bordo pista, tra la porta d’uscita delle atlete e il pubblico. È una terra di mezzo fatta di emozioni crude. Qui passano speranze e delusioni, sorrisi e lacrime, abbracci cercati oltre le transenne e sguardi bassi dopo un errore. La formula dei due migliori punteggi su tre manche tiene il verdetto in sospeso fino all’ultimo salto. Solo alla fine dell’ultima “run” ogni atleta scopre se può sognare una medaglia o se deve fare i conti con l’ultima occasione mancata. La gioia può esplodere all’improvviso, ma resta fragile, appesa alla performance di chi scende subito dopo.

E poi ci sono le acrobazie, al limite dell’umano. Lanciarsi da un’altezza di cinquanta metri, affrontare una discesa ripidissima di 75 metri a 39 gradi di pendenza prima del trampolino alto 5 metri, spiccare il volo e volteggiare nell’aria compiendo tre, quattro rotazioni, per poi atterrare in pieno controllo sulla rampa finale con una inclinazione di 38 gradi: è una sfida totale. Serve un fisico temprato, una mente lucida e un cuore grande. In quei pochi secondi sospesi nel vuoto si concentra l’essenza del Big Air: il coraggio di volare sapendo che ogni errore pesa, ma che ogni atterraggio perfetto può diventare storia.

A vincere la gara, dopo una sequenza di colpi di scena che ha tenuto tutti con il fiato sospeso, è la giapponese Murase Kokomo, 21 anni, capace di imporsi sulla neozelandese Zoi Sadowski-Synnott, 24 anni, mentre il bronzo va alla diciottenne coreana Yu Seungeun. Il verdetto arriva solo all’ultimo salto, quando Kokomo atterra senza la minima incertezza e alza il pugno verso il cielo: in quell’istante si capisce che il gradino più alto del podio ha già trovato la sua legittima proprietaria.
Il mio compito di addetto alla sicurezza dell’area fotografi, a dire il vero, non è stato particolarmente impegnativo, grazie alla grande professionalità di tutti gli operatori presenti. Ma mi ha regalato qualcosa di raro: l’accesso a un dietro le quinte umano, pulsante, fatto di emozioni che raramente arrivano fino alle telecamere. A volte mi sono persino perso il salto di un’atleta per restare a vivere fino in fondo l’emozione di un’altra.

In secondo piano il “nostro” Volontario

È successo, per esempio, quando Anna Gasser, due volte campionessa olimpica, ha capito che quell’ultimo tentativo non le sarebbe bastato per salire sul podio. L’ho vista affondare tra le braccia del suo allenatore, cercando un rifugio più che un semplice abbraccio. Le lacrime che le rigavano il viso non erano solo per la medaglia mancata, ma forse per la consapevolezza che il tempo, in questo sport feroce e velocissimo, chiede di lasciare spazio a nuove generazioni di atlete affamate. In quel momento ho avuto la sensazione di assistere non solo alla fine di una gara, ma a un piccolo passaggio di testimone nella storia olimpica.
Poco più in là, altre atlete non riuscivano a contenere la gioia: correvano verso le transenne per abbracciare amici, parenti, tifosi vestiti con i colori nazionali, che urlavano a squarciagola il nome della propria figlia, amica, beniamina. E poco importava se quel piazzamento, lì per lì, potesse ancora essere stravolto dal salto della concorrente successiva. In quei momenti, il risultato è quasi un dettaglio: resta l’emozione pura di esserci, di avercela fatta, di aver vinto una battaglia personale prima ancora che sportiva.
Quando però Kokomo affronta l’ultimo salto e lo chiude con una pulizia quasi irreale, l’atmosfera cambia di colpo. Il parterre trattiene il respiro, poi esplode. Non c’è più suspense: la vittoria ha un volto, un nome, una bandiera.


Nel frattempo l’area sotto il trampolino si riempie di militari e autorità. È il preludio alla premiazione. Tre coppie di militari – Carabinieri, Esercito e Marina – guidate da un alto ufficiale dei Carabinieri, entrano nel parterre marciando. Si dirigono con passo cadenzato verso i pennoni e, seguendo comandi precisi, issano le bandiere delle nazioni vincitrici. Quando le note dell’inno del Sol Levante si librano nell’aria gelida della sera, i militari restano immobili sull’attenti, nel saluto. È una scena di grande solennità, che aggiunge peso simbolico a una gara già carica di significati. Vedere quei giovani in uniforme vivere a loro modo lo spirito olimpico mi colpisce più di quanto avrei immaginato.

Le premiazioni terminano, e la medaglia d’oro – in particolare – viene letteralmente presa d’assalto dai fotografi. Centinaia di click immortalano ogni sorriso, ogni sguardo, ogni respiro di Kokomo. È in quel momento che mi torna alla mente un concetto della cultura giapponese: Shin Gi Tai. Mente, tecnica e corpo. L’unione perfetta di spirito, abilità e fisicità. Un principio nato nelle arti marziali, ma che sembra cucito addosso a queste ragazze volanti, capaci di domare una tavola e il vuoto con la stessa naturalezza con cui si affronta un respiro.
La mia deformazione professionale mi porta a leggere tutto in questa chiave: Shin, Gi, Tai. Senza equilibrio tra questi tre elementi, nessuna di quelle acrobazie sarebbe possibile. E forse è proprio questo il segreto del Big Air: non è solo spettacolo estremo, è disciplina interiore che prende forma in volo.
Le luci si abbassano lentamente. La luna, alta sopra il comprensorio, sembra aver assistito anche lei allo spettacolo. Una cena veloce, poi il sonno che arriva stanco ma leggero. Me ne vado con addosso una felicità strana, quasi inspiegabile: come se, per una sera, su quel podio ci fossi salito anch’io. O forse, in fondo, c’ero davvero.

Ferdinando “Pucci” Ceresa

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