La giornata comincia presto, quando Livigno ha ancora il respiro lento della notte e lo snow park luccica come una pagina bianca appena aperta. Indosso la divisa bluceleste (!!!) dei volontari e mi sento subito parte di qualcosa di più grande, come una cellula dentro un organismo vivo. Intorno a me è già un concerto di accenti: il romanesco che scherza con il veneto cantilenante, il siciliano che allunga le vocali come se stesse già raccontando una storia, il piemontese più misurato, il napoletano che ride anche mentre spiega un regolamento. È un’Italia intera che si è data appuntamento sulla neve, riconoscibile non dal volto ma dalla musica della voce.

Poi arrivano le lingue del mondo. Inglese soprattutto, ma non uno solo: c’è quello pulito e scandito dei britannici, quello elastico e veloce degli americani, l’inglese pieno di “sorry” degli australiani, quello più duro, quasi scolpito, dei nordici. Ogni frase è una declinazione diversa della stessa lingua, che cambia ritmo e colore a seconda di chi la parla. In mezzo, francese, spagnolo, tedesco, idiomi che si intrecciano come fili di un grande tappeto sonoro. Lo snow park diventa un alveare: le blucelesti dei volontari che si muovono rapide, i gilet gialli dei soccorritori sempre vigili, le mimetiche dei militari immobili e rassicuranti, e poi gli atleti, ognuno fiero nella propria divisa, concentrati, magnetici.

Alla mensa esplode un altro turbinio, questa volta di colori e profumi. Vassoi che passano di mano in mano, sorrisi stanchi e soddisfatti, commenti in tutte le lingue possibili. Il cibo mette tutti d’accordo: piatti che sanno di montagna, di tradizione, di cura. Non a caso è diventato patrimonio UNESCO dallo scorso anno, e qui lo capisci davvero, vedendo atleti e volontari seduti allo stesso tavolo, uniti da un boccone condiviso e da un “wow!” detto con accenti diversi ma identica sorpresa.

E poi le piste. Dal vivo è un’altra cosa, lo senti nelle ossa. I salti mortali sembrano sfidare la gravità per un istante di pura follia controllata, gli slalom si decidono all’ultimo respiro, il cross ski è una battaglia elegante senza esclusione di colpi. C’è bellezza, sì, ma anche un pizzico di pazzia, quella necessaria per spingersi oltre il limite. A fine giornata, con la voce roca e le gambe stanche, mi fermo un attimo a guardare tutto questo dall’interno e ringrazio. Perché vivere le Olimpiadi così, anche solo come volontario, è il sogno di ogni sportivo: sentirsi parte del gesto, del rumore, del mondo che corre sulla neve. Ghe sem, ghe so…
Ferdinando “Pucci” Ceresa