In Valvarrone, tra le montagne della provincia di Lecco che si affacciano sull’alto Lago di Como, continuano i lavori per il “Ponte dei Minatori”, la nuova passerella sospesa (o ponte tibetano) ad uso turistico che, una volta terminata, sarà «la più alta d’Europa», e di contro io continuo a pensare, come ho già rimarcato più volte in passato, che il ponte per il territorio in questione rappresenta un’opera fuori contesto e che nel tempo produrrà numerosi disagi alla popolazione locale e degrado paesaggistico e culturale del luogo per i tanti motivi che (ri)spiego sul blog: https://wp.me/p1E5a2-fuf
Di tali grandi ponti sospesi turistici in Italia ce ne sono ormai una cinquantina, oltre a innumerevoli di taglia più piccola, e altri se ne realizzeranno – ovviamente ad inseguire record europei o mondiali di altezza e di lunghezza che sembrano tanto un gioco a dimostrare «chi ce l’abbia più lungo» (il ponte, ovviamente). Quando opere del genere diventano così seriali, emerge viepiù nitidamente la loro banalità – basti vedere le centinaia di panchine giganti tutte uguali, tutte inutili – che inevitabilmente genera una fruizione di esse altrettanto banale: si trasformano in mere attrazioni da selfie, «adrenaliniche», «mozzafiato» e tutte quelle altre cose che in queste circostanze denotano ormai chiaramente una qualità turistica scadente che non apporta alcun beneficio ai territori, anzi.
La domanda che (ri)sorge spontanea di fronte a tutto ciò è sempre quella: ma veramente alla Valvarrone e alla sua comunità, ovvero ai tanti altri luoghi nelle stesse circostanze, serve un’attrazione turistica così “adrenalinica” e altrettanto banale per costruirsi un buon futuro? Non un piano di sviluppo ben più strutturato, organico e a lungo termine che spenda risorse a beneficio di tutta la comunità locale e la sua socioeconomia quotidiana?
Ho approfondito il caso della Valvarrone nell’articolo di oggi sul blog, qui: https://wp.me/p1E5a2-fuf
Luca Rota