Il caldo opprimente di questi giorni (ma ormai dovremmo parlare di settimane) condiziona anche molte attività lavorative alcune delle quali, come per esempio le forge delle nostre benedette industrie, non possono beneficiare di alcun rimedio “tecnologico” se non quello, risalente alla notte dei tempi delle nostrane fucine in cui si entrava bianchi e si usciva neri, di iniziare presto, molto presto, la mattina.
Un rimedio alla guerra che l’anticiclone subtropicale africano ha dichiarato all’Europa, invece, ci sarebbe per la Casa di Comunità di Introbio, da dove ci giungono le voci dei medici di medicina generale che fanno presente una situazione paradossale relativa all’impianto di raffrescamento di una struttura pubblica frequentata ogni giorno da centinaia di cittadini e luogo di lavoro, oltre che dei medici, di personale amministrativo ed infermieristico.

“Da cinque anni – così ci dicono i medici che hanno lo studio a Sceregalli – l’aria condizionata non funziona. Due anni fa ci siamo visti recapitare del ventilatori, meglio di niente, certo, ma se l’impianto c’è perché non lo si fa funzionare?”.
Molte le mail inviate che non hanno ricevuto risposta; ad altre è stato replicato con un burocratico “abbiamo interessato l’ufficio tecnico”. Il 18 giugno dello scorso anno, ad esempio, gli stessi medici tornavano sull’argomento chiedendo se vi fossero novità sul funzionamento dell’impianto mettendo in evidenza la necessità di poter lavorare in condizioni idonee sia per il personale sia per i pazienti, soprattutto i più fragili. La speranza espressa nel 2025 era in una soluzione che non prevedesse ancora l’uso dei ventilatori in quanto non efficaci ad arginare un disagio che include anche l’esposizione di rifiuti speciali infetti ad alte temperature con le conseguenze facilmente immaginabili.
Risposta? Abbiamo parlato con l’ufficio tecnico, bisogna fare un sopralluogo, capire perché non va.
Poi, evidentemente, il nulla, visto che in questo giugno caldissimo il problema si ripresenta puntuale e torrido: l’impianto di condizionamento non va, come nel 2022, nel 2023, nel 2024 e nel 2025.

Un aggiornamento dell’ultima ora anziché risollevare il morale degli occupanti il presidio medico getta ulteriore benzina sul fuoco: sembra, e diciamo sembra perché non siamo né termotecnici né idraulici, che per rimettere in moto la macchina del fresco serva un “pezzo”. E quel “pezzo” ha un prezzo. E quel prezzo, da quanto abbiamo potuto capire, ad oggi non può essere pagato.
Speriamo di aver capito male perché i soldi per la tinteggiatura delle pareti, per i lavori interni di divisione uffici, per i nuovi cartelli assolutamente necessari alle esigenze della tanto strombazzata “Casa di Comunità” da qualche parte devono averli trovati.
Ma per il “pezzo” mancante da almeno cinque anni e di cui si ha notizia solo ora, no. Per quello no.
Qualcuno si chiederà: ma il comune? O, meglio, i comuni che fanno riferimento alla “Casa di Comunità” di Introbio?
Per quanto a nostra conoscenza Villa Migliavacca è stata messa al corrente ma, anche da lì, nessuna replica sostanziale. Va premesso che una spesa ordinaria come quella di cui stiamo discutendo deve essere coperta da ASST. Certamente, però, quello che sarebbe stato logico attendersi da amministratori pubblici che dovrebbero essere vicini ed attenti alle esigenze dei propri cittadini e dei lavoratori che assicurano un servizio essenziale come quello svolto in Sceregalli, era quantomeno una pressione sulla dirigenza sanitaria (magari in accordo con gli altri sindaci interessati) per sollecitare la soluzione del problema o, mettendoci un pizzico di buona volontà, cercare di risolverlo.
Non ci resta che attendere. Il famoso “pezzo”, prima i soldi, poi un idraulico misericordioso.
Ma non stiamo a preoccuparci troppo: come recita il titolo di un vecchissimo film di guerra, “C’è sempre un domani”.
E il caldo, prima o poi, finirà.
Riccardo Benedetti