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Pubblicato in Cultura

LA VERSIONE DI BARNEY di Mordecai Richler

Martedì, 13 Luglio 2021 13:37 Scritto da  Elio Spada

In fondo sapevo
che non si può
andare al di là
perché non c’é

J. Cortàzar, “Il gioco del mondo”

“Non so raccontare una storia senza distorcerla. Per dirla tutta sono un contaballe nato.” L’autoritratto sinteticissimo prodotto da Mordecai Richler (1931 - 2001) nel suo romanzo più famoso, è di una sincerità disarmante. Lo si capisce bene scorrendo le irresistibili pagine di “La versione di Barney”, una vera e propria autobiografia sempre negata come tale dall’ebreo di Montreal che ha cercato, (invano occorre dirlo) di rimuovere l’indelebile e inconfondibile pelle ebraica che i genitori gli avevano cucito addosso iscrivendolo anche a una scuola talmudica. Ma il ragazzino terribile non era fatto di carta assorbente e, dopo la separazione dei genitori, si avvicinò con grande precocità all’ateismo e al “politically incorrect.” Ma il substrato yddish è inamovibile.

Lo si avverte immediatamente, fin dalle prime pagine del capolavoro di Richler lungo le cui forsennate digressioni, sparate a raffiche ravvicinate sul lettore, l’”ebraicità” personale, ambientale, culturale, artistica emerge scintillante come la prosa corrosiva con la quale R. descrive il mondo di Barney Panofsky, l’universo profondamente ortodosso del “vecchio quartiere ebraico e operaio di Montreal in cui sono cresciuto”. Dal quale avrà inizio la vera e propria fuga del diciannovenne Richler - Panofsky, verso un’europeissima Parigi, crogiolo bohémien negli Anni 50 et ultra, di nuovi pensieri, ardite costruzioni intellettuali, avventure artistiche, arrembanti e marxisteggianti visioni del mondo. Un intento platealmente iconoclasta serpeggia fra le spire dell’umorismo caustico della “Versione”.

Perché “I grandi scrittori descrivono anche le azioni più basse degli uomini, non solo quelle virtuose.” Allora giù botte. Hemingway diventa uno spaccone che “improvvisò le sue memorie della Grande Guerra a tavolino.” Il bersaglio di Barney è ovviamente, “Addio alle armi”, uno dei più celebrati romanzi dello scrittore americano. Contemporaneamente Lewis Carrol assume i contorni di un individuo cui non “avreste affidato volentieri per una sera vostra figlia decenne.” E “Se Simenon si è davvero scopato diecimila donne mi mangio la paglietta.” Insomma, fra un dérapage e l’altro, Richler si mette davanti allo specchio e dipana la matassa splendidamente aggrovigliata delle avventure internazionali di Barney, nella quale Cortàzar non farebbe certamente fatica a riconoscere quel “gioco del mondo” che lo ha reso famoso. E che, spiega Cortàzar, esattamente come fa Barney, incita il lettore “a spezzare le nozioni abituali di tempo e spazio”. Ma lo stile espressivo di Mordecai – Barney è ben diverso perché intriso in divagazioni irresistibili e apparentemente inutili; in realtà essenziali alla comprensione, più che del testo, dell’autore. Barney si difende dall’accusa di aver ucciso il suo migliore amico che ha sorpreso a letto con la sua seconda moglie. E un tribunale lo assolverà.

Ma solo per insufficienza di prove. E per il resto della vita, lo scrittore sceneggiatore, regista e produttore di “c movie” e squallidi promo televisivi sarà perseguitato dal dubbio degli altri che in qualche modo sospettano si sia trattato di una sentenza troppo generosa. Il lettore però fatica a credere alla colpevolezza di Panofsky. In realtà forse qualche dubbio permane nonostante l’immersione totale nella prosa pirotecnica di Richler sostenuta da esplosioni incessanti di “a parte”. Assistiamo così a un incalzante tric e trac di personaggi ambiguamente realistici scolpiti illuminati da battute folgoranti; a un ininterrotto fuoco di fila di citazioni, lampi autobiografici, siparietti che suscitano risate a scena aperta. Umorismo “kosher” insomma, se ci si passa la metafora gastronomica. Insomma con la “Versione” ci troviamo nei pressi della cinematografia dei fratelli Cohen; solo meno noir. E Woody Allen osserva divertito le peripezie del Nostro. Il riferimento più calzante però non può che guardare al Philip Roth del “Lamento di Portnoy”. Sarà un caso ma sono tutti autori ebrei. Anche se Barney non si sdraia sul divano dell’analista come il sessuomane e antifemminista Portnoy. Tutt’altro, visto che si assiste ad un continuo viaggiare, a spostamenti incessanti.

A un compulsivo ondivagare fra il “dentro” autobiograficamente analitico e il “fuori” dettato da pulsioni oniricamente creative. Sì, Barney sogna spesso, fra un sigaro (Davidoff o Montecristo) e una (molto più di una) bottiglia di whisky (meglio se Macallan single malt; ma anche Laphroaig va bene). Però grazie ad una improvvisa lacerazione del tessuto narrativo, il divano - confessionale di cui sopra si materializza occupando l’intero boccascena. Ma non è il triclinio di uno strizzacervelli bensì un quadrupedale proscenio di cospicui e pruriginosi tête-à-tête oniricamente significativi che hanno come coprotagonista miss Ogilvy, un’insegnante alla quale Barney Panofsky dedica da sempre gratificanti, ancorché impuri, pensieri.

La storia di Panofsky si snoda così per 489 irresistibili pagine, innumerevoli divagazioni, fulminei colpi di barra, centinaia di renversée, tonnellate di stimolanti touch and go fra cui un’assolutamente e giocosamente blasfema “versione” del sacrificio di Isacco.
Richler ha inserito nel testo il prodotto di una macchina del tempo perfettamente randomizzata: avanti e indietro negli anni e nei decenni come per caso. Ma in “questo caso” l’autore produce un ordinatissimo anagramma e il caos è previsto e voluto. Barney vive ed agisce in un tempo lacerato, segmentato, dalle sincopi improvvise che frantumano il continuum narrativo con incessanti e analgesiche provocazioni. Nelle prime pagine, Barney confessa programmaticamente: “Sto divagando. Lo so, lo so benissimo. Ma questa è la mia storia ed è anche l’unica che ho, quindi se non vi dispiace vorrei raccontarla a modo mio.” Fortunatamente, l’ha davvero fatto.
“La versione di Barney”, pagg. 490; Adelphi, 2001.

Ultima modifica il Giovedì, 15 Luglio 2021 13:55
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