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Pubblicato in Cultura

LA PESTE MANZONIANA IN VALSASSINA DESCRITTA DA TADINO

Lunedì, 12 Aprile 2021 06:37 Scritto da  ELIO SPADA

La precedente puntata del viaggio attraverso la peste del Seicento in Valsassina si era conclusa con la partenza, verso la regione lariana, dei due commissari straordinari mandati dal Tribunale della sanità di Milano per accertare la presenza della peste.

Il protofisico Alessandro Tadino e il giureconsulto Giovanni Visconti arrivano il 28 ottobre 1629 a Lecco e appurano “che la terra di Chiù (Chiuso n.d.r.) si trovava grandemente assalita di peste, & faceva per il vicinato grande progresso, che non occorreva più dubitare, che tale non fosse…”.

Gli inviati del Magistrato della Sanità ottengono così un primo importante risultato: non si tratta di un morbo qualunque. È il più temibile: la peste. La situazione è identica a Olginate, Valmadrera, Galbiate dove molte persone presentano “buboni sotto le asselle nelle anguinaglie (inguini n.d.r.) e carboni in diverse parti del corpo”. Nella zona di Chiuso, dove hanno sostato 3000 lanzichenecchi, i morti sono già 27 su 40 famiglie. I decessi avvengono, riferisce Tadino, entro quattro / sette giorni dai primi sintomi. Il protofisico e il suo accompagnatore, facendo mostra di grande coraggio e senso del dovere, visitano tutti “gli cadaveri insepolti al numero de 11 e tutti gli infermi”. La missione prosegue il giorno successivo “nella terra di Malgrate, “Valle Magrera & in Lecco ancora”.

Terminato il sopralluogo nel Lecchese, Tadino e Visconti salgono a Ballabio di sotto, imbocco della Valsassina “dove si sentivano fetori insopportabili per la quantità de Cavalli morti: & ancora de molti cadaveri de Soldati”. Qui, riferisce il Tadino, si è verificata “la maggior mortalità seguita doppo Chiuso”: si contano 36 morti e, come riferisce il curato, con altri “accidenti gravissimi di peste”. Anche Ballabio di sopra presenta le sue vittime: 13, con due donne insepolte, e nove appestati. A Ballabio gli ispettori milanesi dispongono due guardie per impedire agli abitanti di uscire dal territorio comunale e ingiungono alle autorità di “separare gli infetti dalli sospetti per riporgli alla campagna & chiudere le case loro”.

La sera del 30 protofisico e giureconsulto, lasciando sulla sinistra Pasturo, percorrono il fondovalle tra fetori “insopportabili per la quantità de Cavalli morti & ancora de molti cadaveri de Soldati”. Arrivano così “à Corte Nova nel mezzo della Valsassina per visitare il cadavero del Cappellano di detta terra morto in quattro giorni di febre pestilente” il cui padre è deceduto tre giorni prima “parimente alla serva”. L’esame delle salme non consente dubbi: si tratta di peste, primo caso in questo paese dopo l’invasione quando “erano morti molti soldati alemanni doppo esser ivi habitati molto tempo”. Il sacerdote, come del resto altri religiosi della valle, aveva subìto il contagio a causa dell’aiuto e delle cure prestate generosamente ai compaesani ma anche per il comportamento caritatevole mostrato “con li soldati Alemanni, & usatogli molta carità.”

Durante il soggiorno cortenovese, medico e giureconsulto vengono informati che “à Narro, & Margno erano morte due donne con gli stessi accidenti di peste”. Anche a Cortenova, come in tutti gli altri casi accertati, Tadino e Visconti ordinano alle autorità locali che “le case dove havevano alloggiati delli Soldati fossero sbiancheggiate (imbiancate a calce n.d.r.). & profumate con lauro & gineprio del quale quelli paesi n’ abondano”. La farmacopea dell’epoca questo solo poteva offrire e prescrivere. I più ricchi potevano concedersi anche fumigazioni a base di ambra. Prima di lasciare il paese Tadino e il collega affidano la gestione sanitaria e la sorveglianza del territorio al “Sig. Francesco Parolino habitante in Barcone ivi vicino, che come persona prattica, & intelligente, gli sarebbe stati dati da lui gli opportuni ordini & provisioni”. Qualche tempo dopo saranno segnalati decessi da peste anche “oltre la villa di Morterona”.

Il giorno seguente gli ispettori milanesi raggiungono in tutta fretta Bellano, antemurale della Valsassina, già allora un grosso borgo come dimostra la presenza “de fuochi 150”. Il cammino non fu agevole “per aver da caminare 4 miglia à piedi per precipitij di scabrose montagne”. Qui vengono a sapere da un prete che “à quell’hora erano morti 54 persone” e che il contagio ha già toccato 32 abitazioni tanto che “ogni giorno ne muoiono trè, & quattro”. Tutto ciò sempre sotto l’oppressione del fetore emanato dai cadaveri degli appestati e degli infermi, tutti con i sintomi inequivocabili della peste come conferma il barbiere bellanese “Georgio Magno Barbiere, il quale ci disse di haverne medicato molti & tutti morti”. Stessa situazione, riferiscono alcuni testimoni, a Ombriaco e a Dorio dove “v’erano morte di Contagio 20 persone per essere stata questa terra delle prime sopraprese dalli Alemanni”. La peste arriva anche a Dervio dove è già morto il medico del paese, Antonio Boldone.

Il protofisico però, quando è possibile, non si accontenta di notizie riportate da altri e si sposta a Varenna. Nel paese rivierasco ci sono altre vittime e un’intera famiglia contagiata viene isolata in una capanna fuori dall’abitato. I due commissari appaiono instancabili e per proseguire l’attività di fact checking attraversano il lago e raggiungono Bellagio. Qui vengono a sapere che ci sono anche 27 abitanti con i sintomi del male mentre nelle quattro “Squadre” della suddivisione amministrativa, si contano altri 22 morti.

Il primo giorno di novembre Tadino giunge a Gravedona “Terra fin’hora sana” dove viene a conoscenza di un decesso a Domaso. Dal testo del protomedico si deduce che la sponda occidentale del Lario è stata in parte risparmiata dal contagio. Situazione molto più critica a Colico dove “quasi tutti “gl’habitatori sono morti di peste”. La zona più settentrionale del lago è ormai invasa dal morbo “con morte di 59 persone & ogni giorno ne muoiono trè, & quattro con buboni”. Qui l’ufficiale sanitario inviato da Milano descrive le difficoltà e i pericoli di muoversi in un vero inferno per “sentire fettori insoportabili nell’introito di detto luogo”. A tal punto che, “noi medesimi non fu possibile trattenersi fatta la visita de molti cadaveri insepolti”.

Il rischio di contrarre la peste è altissimo; i contagiati asintomatici non possono essere individuati. E quando si manifestano le prime avvisaglie del morbo, è troppo tardi. Chi viene infettato muore quasi sempre e in pochi giorni. Tadino dà disposizioni affinché siano “chiuse le case, messegli le guardie, dato gl’ ordini delle separazioni” e rigorose prescrizioni di isolamento totale che oggi, in presenza di altra epidemia, chiameremmo distanziamento sociale e, con diffuso anglicismo, lockdown. A Colico i commissari si fermano perché non riescono ad andare oltre a causa della “strada pessima, e per la pioggia”. Tornati a Gravedona il 2 novembre i due ispettori ricevono notizie da tale Benedetto Curto “persona fedele, & d’integrità il quale havevamo mandato a Margno nella Valsassina per essere la salita troppo per noi pericolosa”. Curto riferisce di altri quattro decessi per peste, fra i quali una donna che “haveva visitato alcuni suoi parenti a Bellano”. Un oste arrivato da Premana dà inoltre notizia di due decessi fra i quali un uomo “per aver portato a casa alcuni vestiti della sorella morta in Margno”. Si tratta proprio del fratello della donna deceduta a Margno.

L’avventurosa spedizione di Tadino e Visconti prosegue lungo il lago. Arrivano a Como, poi di nuovo a Bellagio. Ma la traversata è resa difficile poiché “il lago ci travagliò fuor di modo, si per la pioggia sopravenuta, come che gli venti ne furno molto contrari”. E ancora, i due inviati della Sanità visitano Olcio e Abbadia. Qui trovano dieci morti: un barcaiolo, la moglie, due figli e altri. Una storia tragica quella di Abbadia, che merita di essere raccontata con qualche particolare in più a testimonianza della pericolosità e rapidità del contagio. Dunque, ad Abbadia muore di peste il “figliuolo di uno detto il Rosignuolo” seguito tre giorni dopo dal padre. Tadino fa risalire le cause del contagio al fatto che il capofamiglia si era appropriato dei vestiti di “un soldato Alemanno morto vicino alla terra di Olchio”, forse per farne commercio o utilizzo diretto.

La moglie, che ha lavato gli indumenti tolti al mercenario deceduto, si ammala di peste e “morse essa di prima” dopo aver trasmesso il morbo letale ai figli. Non è tutto. La figlia del Rosignolo aveva a sua volta contagiato una famiglia composta da cinque persone, presso la quale è stata ospite per una notte. In pochi giorni muoiono tutti. Ma non è finita perché anche “il sotterratore” che ha inumato le salme ne viene infettato e cessa di vivere qualche tempo dopo. Bilancio: 11 morti per un solo “paziente zero”. Questa è la ricostruzione dell’accaduto elaborata dal Tadino. Però c’è anche un superstite, tale Matteo Molinaro il quale “per aver servito al detto Rosignolo nella sua infermità hebbe anch’egli un bubone”. Ma la sorte gli è benigna e l’uomo sopravvive, spiega il nostro protofisico, “per essere di complessione robusta” e quindi “essendogli dopo sopravvenuto flusso di corpo s’è liberato”.

Il “conservatore delegato” e l’”auditore delegato” che lo accompagna tornano a Lecco dove danno disposizioni affinché alcuni incaricati possano esser dispensati dal blocco sanitario della città e “alli giorni del mercato potessero uscire dalla terra per comperare le cose bisognevoli al loro vitto (…) e il simile potessero fare tutte le terre della Valsassina”. Gli inviati della Sanità milanese pongono ora fine ai loro estenuanti sopralluoghi nelle terre del Lario e nelle convalli. Nella relazione del Tadino si indica una serie di suggerimenti per la limitazione del contagio, riguardanti anche la Valsassina, indicando alcuni “de luoghi a far la quarantena” fra i quali figura Presallo località che si trova “in mezzo fra Premana, & Regolo, ò Monte di Varena, è sotto a Narro, vicino a Margno, à Cortenova, & Prato S. Pietro, & Barcone terre tutte infette”.

Tadino provvede inoltre a nominare “un Sopraintendente, per la salute della Valsassina”. Si tratta di quel Francesco Parolino di Barcone di cui si è già parlato in occasione della visita del protofisico a Cortenova e già “deputato l’anno passato di quella Valle negli interessi della sanità”. Non seguiamo oltre l’azione dei due commissari straordinari milanesi che proseguirà ancora a lungo in tutta la zona dell’Adda meridionale e nel Mantovano.
Copia digitalizzata dell’originale di Tadino è reperibile qui:
https://1drv.ms/b/s!AklVwHkIlXK4nnMBY9o50uWl1cJl?e=IqKob4

Ultima modifica il Lunedì, 12 Aprile 2021 06:49
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