Ma quale inverno demografico? Qui non ci sono più le stagioni

15/08/2026

di Beppe Mambretti

Ogni battaglia identitaria rischia ormai di essere fuori luogo, fuori tempo e perfino demagogica. Continuare a parlare di difesa della nostra civiltà e delle nostre tradizioni, mentre siamo noi i primi a non trasmetterle alle generazioni future, assomiglia a quello che in medicina viene definito accanimento terapeutico.

Il Dossier Natalità 2026, intitolato Volere o Potere e realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con Istat, ci mette ancora una volta davanti a numeri che non lasciano spazio alle illusioni.

Nel 2025, in Italia, sono nati 355 mila bambini e sono morte 652 mila persone. Il saldo naturale è stato quindi negativo per quasi 300 mila unità. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, mentre per mantenere stabile la popolazione sarebbe necessario arrivare almeno a 2,1.

Nel 1964 nasceva circa un milione di bambini. Nel 1995 erano già scesi a 526 mila. Oggi siamo a 355 mila. In poco più di sessant’anni abbiamo perso quasi due nascite su tre. Con il ritmo attuale servono quasi tre anni per mettere al mondo lo stesso numero di bambini che nasceva in un solo anno durante il baby boom.

Definire tutto questo “inverno demografico” è quasi rassicurante, perché dopo ogni inverno dovrebbe arrivare la primavera. Il problema è che qui non sembrano esserci più le stagioni. Siamo davanti a una trasformazione profonda e permanente della società italiana.

Secondo il Dossier, il 62,2% delle persone rinuncia ad avere figli a causa di difficoltà economiche, lavorative e sociali. Soltanto il 5,5% afferma che avere figli non rientra nel proprio progetto di vita. Quasi una donna su due teme inoltre conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità.

Sono dati importanti, che nessuno vuole contestare. È evidente che la precarietà, il costo delle case, gli stipendi bassi, la mancanza di asili nido e la difficoltà nel conciliare famiglia e lavoro abbiano un peso enorme. Servono quindi aiuti economici, servizi, sostegni alla maternità e maggiore sicurezza lavorativa.

Ma pensare che il problema possa essere risolto soltanto con un assegno, un bonus o qualche posto in più negli asili significa guardare una parte della realtà e ignorare tutto il resto.

La crisi demografica è anche, e forse soprattutto, una crisi culturale. I figli non sono più considerati una speranza, una continuità o una parte naturale della vita. Sempre più spesso vengono percepiti come un costo, un limite alla libertà personale, un ostacolo alla carriera, ai viaggi, al tempo libero e al benessere della coppia.

Abbiamo costruito una società più ricca, più comoda e più libera, ma anche più concentrata sul presente e sull’interesse individuale. Abbiamo moltiplicato le possibilità di scelta, ma abbiamo perso il desiderio di assumerci impegni destinati a durare nel tempo.

Alla crisi delle nascite si accompagna quella della famiglia. Diminuiscono i matrimoni, aumentano le separazioni e prevale spesso una “cultura del provvisorio” nella quale ogni legame può essere rimesso continuamente in discussione. In questo contesto anche avere un figlio diventa una possibilità fra tante, facilmente rinviabile fino a quando, molto spesso, diventa troppo tardi.

La soluzione, però, non può essere il ritorno al bigottismo, alle imposizioni morali o a una visione della donna ridotta al solo ruolo di madre. Nessuno può essere obbligato ad avere figli e nessuno deve essere giudicato per le proprie scelte personali.

Allo stesso modo, non serve chi proclama di voler difendere la civiltà, la famiglia e la tradizione, ma poi non costruisce una società nella quale sia possibile viverle davvero. Non basta parlare di radici se non ci saranno nuove generazioni alle quali consegnarle.

Gli interventi economici sono indispensabili, ma da soli non bastano. Il moralismo non convince nessuno e la propaganda identitaria non fa nascere bambini. Serve una nuova cultura capace di presentare la famiglia e l’accoglienza della vita non come un obbligo o una rinuncia, ma come una possibilità di realizzazione e di futuro.

Altrimenti continueremo a difendere a parole una civiltà che, nei fatti, abbiamo già condannato a termine.

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