Un anno fa, quando decisi di candidarmi come volontario per le Olimpiadi, non sapevo davvero cosa mi aspettasse. Pensavo potesse capitarmi qualsiasi cosa: finire in qualche scantinato a tagliare panini oppure fare il driver, accompagnando in giro membri dell’organizzazione. Non avevo la certezza di essere accettato e così attesi con una certa trepidazione l’esito del colloquio.
Poi arrivò la telefonata: mi dissero che non avevo ancora accettato il ruolo assegnatomi e che avevo ancora qualche giorno di tempo per confermarlo o rifiutarlo. Chiesi spiegazioni su cosa prevedesse esattamente quel ruolo. Quando me lo descrissero, non ricordo nemmeno cosa risposi di preciso: so solo che non persi tempo e andai subito a confermare. Era una figata.
E lo è stata davvero.

Posso dire di aver vissuto le Olimpiadi da spettatore privilegiato. Il mio compito era accompagnare i fotografi a bordo pista o nelle aree di arrivo delle gare: posizioni straordinarie per godere tutta la magia della competizione… senza spendere un euro. E sappiamo bene quanto costassero i biglietti olimpici.
Mi sono sentito fortunato, soprattutto pensando ai colleghi volontari impegnati al controllo ingressi o nei parcheggi: ruoli fondamentali, forse ancora più necessari del mio, ma meno “spettacolari”. Io, invece, ero nel cuore dell’azione.

Prima di iniziare, abbiamo affrontato un percorso di formazione organizzato da Fondazione Milano Cortina 2026 in collaborazione con Randstad. I moduli spaziavano dalla sicurezza alla privacy, fino al tema della legacy olimpica e al comportamento da tenere sul campo. Materie interessanti, in alcuni casi anche impegnative, ma fondamentali per prepararci al meglio.
Un momento simbolico è stato il ritiro della divisa: una quindicina di pezzi che, indossati insieme, hanno creato un vero e proprio esercito di volontari. Tutti uguali, tutti riconoscibili. Eravamo un punto di riferimento per addetti ai lavori, pubblico e altri volontari appena arrivati, spesso spaesati e in cerca di indicazioni.

Ho avuto la fortuna di lavorare con colleghi straordinari: Alex, uno spagnolo pieno di energia; Gerom, supervisore francese sempre educato e gentile; e Alessandro, del lago di Garda, il più giovane del gruppo. Insieme abbiamo coordinato una sessantina di fotografi provenienti da tutto il mondo, tra i quali anche i rappresentanti delle principali agenzie internazionali: Reuters, Getty Images e Associated Press.
Prima di ogni gara si teneva un briefing con le indicazioni operative. Poi accompagnavamo i fotografi nelle aree dedicate, verificando che nessuno invadesse spazi non autorizzati e che loro stessi rispettassero le zone assegnate.
Durante le qualificazioni il lavoro era relativamente semplice; nelle finali, invece, diventava fondamentale. La tensione era altissima, l’entusiasmo dei tifosi incontenibile, gli atleti cercavano l’abbraccio dei coach e il calore del pubblico. In quei momenti noi eravamo i “paladini” delle posizioni assegnate: dovevamo garantire ordine e sicurezza senza spegnere la magia.
Tra gli incontri più significativi c’è stato quello con Cristiano Barbieri, papà di Alessandro Barbieri, giovane snowboarder italo-americano alla sua prima esperienza olimpica. Ha chiuso con un onorevole decimo posto. A soli diciassette anni ha tutte le carte in regola per scrivere il suo nome nell’albo dei medagliati olimpici.

Ricordo anche le coloratissime barriere di tifosi: gli americani avvolti nei colori dello Zio Sam; gli australiani con piumini verdi e cartelli raffiguranti canguri accanto ai nomi degli atleti; i giapponesi con il Sol Levante dipinto sui visi; gli inglesi dietro la Union Jack; i fan della Repubblica Popolare Cinese con le loro bandiere rosse e le stelle dorate; e gli italiani, rumorosi ed eccitati come nessun altro. Tutti pronti a sostenere gli atleti che, in molte gare, hanno regalato grandi soddisfazioni.
Poi gli atleti stessi, ognuno con una storia diversa, una motivazione speciale, ma tutti uniti da anni di sacrifici, rinunce, allenamenti mirati.
A fronte dei tanti partecipanti, solo pochi sono saliti sul gradino più alto del podio. Fra tutti mi ha colpito una in particolare.
Proprio lei, la campionessa dello sci acrobatico: Eileen Gu. Nata a San Francisco, ha scelto di gareggiare per la Cina. A Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 ha conquistato un oro e due argenti. Un sorriso magnetico, un atteggiamento posato, una studentessa di Stanford con risultati eccellenti e un giro d’affari milionario: per Forbes è tra le tre atlete più pagate al mondo. È stata criticata negli Stati Uniti per la sua scelta di bandiera, ma io credo che rappresenti lo spirito olimpico: correre per la nazione che senti parte della tua identità, delle tue radici culturali, è un messaggio potente.

E come non ricordare Richardson Viano, il primo sciatore di fondo di Haiti, o Lucas Pinheiro Braathen, brasiliano, e la sua splendida medaglia d’oro nello slalom gigante: storie che dimostrano come lo sport sappia superare confini geografici ed economici.
Cosa mi ha lasciato l’esperienza delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026?
Un enorme arricchimento personale. I sorrisi, la fatica condivisa, le risate, la tensione prima delle gare e la gioia dopo. I volti di ragazzi e ragazze arrivati da Roma, Amsterdam, Amburgo, Parigi: un mondo cosmopolita riunito in un ideale comune.

Certo, resteranno anche infrastrutture, strade, palazzetti che arricchiranno il territorio. Ma soprattutto resterà la consapevolezza di aver saputo organizzare un evento di portata mondiale, di aver promosso i nostri territori come nessun’altra vetrina avrebbe potuto fare.
Le Olimpiadi ci hanno lasciato una certezza: quando vogliamo, sappiamo fare le cose. E sappiamo farle bene.
E io sono orgoglioso di averne fatto parte. Facendo mio il motto di Regione Lombardia, “Ghe sem”, posso dire: “Ghe so stà”.
E chissà che nel 2036 non si abbia il coraggio di candidare Milano per le Olimpiadi estive.
Ferdinando “Pucci” Ceresa
(Foto dell’autore)