Domani mattina, come disposto dal Ministero dell’Istruzione, nelle scuole di ogni ordine e grado verrà osservato un minuto di silenzio in memoria dei tanti giovani che hanno perso la vita nella tragica notte di Capodanno a Crans-Montana e di quelli, aggiungo, che ancora stanno lottando negli ospedali.
Personalmente, però, ritengo che un minuto sia troppo poco, anzi, sia praticamente un niente.
Un minuto vola via e poi la vita riprende come se nulla fosse e ciò resta del cordoglio sparisce rapidamente all’orizzonte lasciando dietro sé solo una flebile scia destinata a svanire nello spazio di un amen, un po’ come quelle degli aerei che solcano il cielo sopra le nostre montagne.
Un’ora, ecco cosa ci vorrebbe. Almeno un’ora.
Un’ora di silenzio, quel silenzio che non siamo più abituati a sopportare; quel silenzio che non sappiamo più gestire; quel silenzio che ci costringe ad essere, crudelmente ed inesorabilmente, soli con noi stessi; quel silenzio che è lo specchio di fronte al quale non c’è nessun altro, solo noi, le nostre paure, le nostre miserie, le nostre speranze, la nostra vita passata, presente e, se siamo capaci di osservare con attenzione e non ne abbiamo paura, anche futura.
Un’ora di silenzio, per lasciare a terra le armi della parola e riprendersi quelle del pensiero.
Tornando alla scuola, domani mi piacerebbe che dopo il minuto “ministeriale” gli insegnanti, e poi a casa i genitori, trovino il coraggio e la voglia di dedicare un’ora del loro tempo a far parlare i ragazzi non tanto della tragedia svizzera, quanto delle loro aspettative, del loro futuro, delle loro speranze ed anche delle loro paure. In breve, di quella che è e sarà la loro vita.
Quella vita che per i quaranta giovani morti nella trappola di Crans-Montana è stata così dolorosamente breve.
Riccardo Benedetti